Il desiderio di conoscenza

 

Realizzato da MARI IARIA

 

 

Da sempre l’uomo si è chiesto quale fosse il senso del proprio essere ed ha cercato di capire e decodificare il mondo che lo circondava,guidato da un’arma infallibile e con lui connaturata: il desiderio di conoscenza. Aristotele era certo che tutti gli uomini tendono per natura alla conoscenza e che questo desiderio, unito al taumazon ,fosse alla base della filosofia.Ciò nonostante, colui che espresse per la prima volta lo strettissimo nesso tra essere e conoscere fu Immanuel Kant,che con la sua gnoseologia fece della natura umana la base della conoscenza,ed allo stesso tempo mise in risalto quanto l’uomo cerchi sempre di spingersi al di là delle proprie possibilità,desiderio che è insito nel suo stesso intelletto.Egli ipotizzò la presenza di strutture innate nell’uomo che rendono possibile la conoscenza stessa,oltreché il giudizio morale ed estetico: le forme a priori.Si tratta di schemi che compongono l’intelletto umano,e che trascendono l’esperienza,l’aposteriorità, in quanto senza quelle strutture non sarebbe possibile l’ingresso nella sfera intellettuale del dato sensibile.Queste forme a priori sono lo spazio,il tempo e le categorie,che risultano essere principi ordinatori ed unificatori,che ci permettono di dare ordine alla molteplicità caotica della realtà fenomenica che altrimenti non potrebbe essere conosciuta .Spazio e tempo fanno parte dell’estetica trascendentale,poiché sono le forme della sensibilità:sono cioè i primi e fondamentali schemi che intervengono nella conoscenza e stanno alla base anche delle categorie,sono intuizioni pure. Kant ci mostra infatti come anche la classificazione categorica si basi su queste forme:ad esempio la categoria di causalità presuppone il tempo,così come la quantità presuppone lo spazio.Le categorie,al contrario di quelle Aristoteliche sono 12,raggruppate secondo quattro grandi direttive: Qualità,Quantità,Relazione e Modalità.Le differenze si estendono anche oltre:se le categorie di A. sono sia leges entis che leges mentis,ossia schemi ontologici e logici allo stesso tempo,poiché ci permettono di catalogare il molteplice ma indicano anche proprietà intrinseche all’oggetto,sue proprie.In Kant esse sono semplici leges mentis,semplici schemi unificatori poiché non possiamo dire quale siano le vere caratteristiche ontologiche degli oggetti,in quanto non percepiamo la realtà in sé.Ed è per questo che  Kant si pone anche la domanda se sia giusto applicare schemi soggettivi ad una realtà oggettiva ,cioè se questa applicazione sia legittima,poiché che noi applichiamo le categorie è un fatto,ed inoltre si chiede pure come questa applicazione avvenga.Al primo quesito Egli risponde che l’unificazione del molteplice è sempre un qualcosa che avviene nel soggetto e che vi è un entità in base a cui questa avviene:l’Io Penso,che si configura come una “autocoscienza trascendentale”,come il centro unificatore dell’intelletto,la sintesi di ogni sintesi.Per comprendere appieno la natura di questa struttura è opportuno confrontarla con la res cogitans di Cartesio e con Io assoluto di Fichte .Mentre per Cartesio la nostra attività di essere pensante è l’unica cosa che ci da la certezza della nostra esistenza,poiché si può dubitare di tutto ma non del dubbio stesso e quindi del pensiero,Kant è convinto che l’Io penso non possa staccarsi dal suo oggetto e divenire egli stesso oggetto di se stesso.In altre parole,per Kant non c’è intuizione del cogito senza il pensiero: ecco perché la conoscenza delle cose diventa vera condizione per la conoscenza di noi stessi.Egli quindi sdoppia l’io penso e l’io sono,attribuendo all’Io penso un valore trascendentale ma puramente formale ed all’io sono un valore esistenziale ma puramente fenomenico.Il filosofo della Ragion pura si pone a metà strada tra Cartesio e Comte: a differenza di questo ammette l’esistenza di un cogito,ma al contrario di Cartesio gli attribuisce un significato puramente formale e non più sostanziale,come già ricordato, mentre il padre del positivismo negava l’esistenza di un qualcosa che non fosse scientificamente indagabile e positivo.Ma l’ Io penso di Kant è diverso pure dall’Io di Fichte.Secondo questo filosofo,l’Io ed il Non-io coincidono giacché il mondo oggettivo e fenomenico non è altro che una creazione inconsapevole dell’io stesso,tramite l’immaginazione produttiva,ma poiché questa ,pur essendo insita nell’io stesso è un qualcosa di involontario,noi vediamo il mondo oggettivo come qualcos’ altro da noi.Ergo Fichte riconduce il noumeno stesso all’interno dell’io,rendendolo conoscibile proprio perché creazione egogena,anche se l’uomo non riesce mai a liberarsi totalmente dai condizionamenti esterni,giacché se così fosse non esisterebbe più la tensione morale. La differenza sostanziale è che per Kant l’io penso si limita ad ordinare una realtà che non è lui a creare,mentre l’io di Fichte è un io creatore,che prelude all’Assoluto di Hegel,che è immanente nel mondo ed alla cui libertà la storia stessa è subordinata. Comunque sia, l’attività di questo organo per Kant si fonda sui Giudizi Sintetici a priori,che sono poi quei principi che stanno alla base delle scienza ma che,a loro volta,derivano dalle categorie:appare quindi chiaro che gli oggetti non possono essere pensati senza essere categorizzati,poiché questo è cio che l’Io penso fa,e senza il suo ausilio non sarebbe possibile la conoscenza.La risposta che egli fornisce alla seconda domanda è più complessa. Egli risolve la questione introducendo la dottrina dello schematismo. E’ convinto che le categorie non applicate siano pure,ma per divenire effettive devono essere calate in una dimensione spazio temporale,che è quella in cui noi percepiamo gli oggetti:gli schemi trascendentali sono dunque delle regole grazie a cui le categorie vengono calate nel tempo,divenendo effettive. A questo punto,tramite i “principi dell’intelletto puro” ,che sono anche le asserzioni-base del sapere scientifico(p),ci spiega come queste siano applicate alla realtà. Però,essendo connessa all’uomo,la conoscenza è pure sempre limitata.Infatti benché la realtà si estenda infinitamente,l’uomo non può andare oltre la conoscenza che L’IO PENSO gli permette:essendo le forme a priori uguali in ogni uomo,la sua conoscenza non ricade nella relatività,ed ha valore oggettivo,ma non può trascendere quelle stesse forme,e queste sono efficaci soltanto a contatto con l’esperienza [ conoscenza = materia (esperienza) + forma (forme a priori)] .Kant ammette che l’unica realtà conoscibile all’uomo sia quindi quella del fenomeno,ossia come questa ci appare tramite le forme a priori,e che questa sia la conoscenza oggettiva,ma non preclude la strada alla possibilità che ci possa essere altro a cui l’uomo non può accedere:il noumeno,che solo un’intelligenza superiore potrebbe conoscere (in Fichte invece la conoscenza del noumeno sarà possibile) e che ha la funzione di ricordare all’uomo i limiti del suo intelletto ma,allo stesso tempo,la validità della conoscenza che questo può raggiungere. Kant si pone anche come il filosofo che meglio di altri ha compreso quanto la natura umana sia protesa,al di là di ogni limite, ad andare oltre il noumeno,a cercare l’ordine dove e l’unità dove non ci sono. Ma egli è convinto che si tratti di una necessità intrinseca nell’intelletto stesso.Questo infatti,teso com’è ad unificare i dati sensibili,è portato a voler pensare anche in assenza di dati sensibili,e cerca una spiegazione globale delle cose,che vada oltre il condizionato ed il relativo,”simile ad una colomba che presa dall’ebbrezza del volo vorrebbe volare anche senz’aria,non rendendosi conto che l’aria è la condizione base del suo volo”,dice Kant. Comunque sia da questa tendenza all’unificazione nascono quelle idee che stanno alla base della metafisica e che Kant definisce “paralogismi” ossia ragionamenti  errati,per cui parte alla critica di queste tre idee di anima,mondo e Dio,che stanno alla base della metafisica,vista come parto della ragione e delle discipline attinenti nella Dialettica Trascendentale. Egli è convinto che l’idea di anima sia errata poiché questa deriva dall’unificazione dei dati del senso interno ed il suo errore sta nel voler applicare la categoria di sostanza all’io penso,conferendogli un senso di permanenza nel tempo,secondo lo schema corrispondente.Tutto ciò è errato in quanto l’io penso,come già visto,non è conoscibile in sé,quindi è errato applicare un nostro schema mentale ad una realtà non fenomenica ma noumenica. Per quanto concerne la cosmologia razionale,che studia il mondo,Kant è convinto che questa si fondi sulla nozione di mondo come unità dei fenomeni.Il filosofo ci avverte però che anche questo è improprio giacché noi la totalità dei fenomeni non è una realtà empirica,categorizzabile e sperimentabile perché è possibile sperimentare un fenomeno ma non la totalità di essi.Detto ciò,è evidente che si ricade nelle cosiddette “antinomie”,ossia con preposizioni che,essendo opposte ma entrambe valide,ci mostrano come quest’idea scada nella relatività poiché non dimostrabile.La critica alla teologia razionale risulta essere per Kant la più ardua giacché questa è la regina delle scienze metafisiche. L’idea di Dio rappresenta l’unità dell’idea di anima e di mondo,è il modello di ogni realtà,l’Ens realissimus da cui tutto deriva.Non potendo criticare Dio univocamente,giacché sono diverse le prove che si addicono alla sua esistenza,decide di prendere in esame queste ultime.La prima è quella ontologica di S.Anselmo, e si basa sul fatto che Dio,essendo perfetto,non può mancare di quella perfezione suprema che è l’esistenza,vista come aristotelicamente come atto di una potenza. Kant sostiene che essa è errata poiché:

a)    è errato saltare dal piano logico a quello ontologico: dire che dio è perfetto non giustifica la sua esistenza poiché l’esistenza è un qualcosa che deve essere costatato empiricamente e non semplicemente dedotto per via intellettiva poiché questa non è un predicato;

b)   Questa prova è altresì contraddittoria,poiché affermando che dio è perfetto ne assume già implicitamente l’esistenza.

La prova cosmologica è altrettanto contraddittoria,poiché sostenendo che nella catena di esseri contingenti vi deve essere una Causa prima,un motore immoto,qualcosa che crea pur essendo increato,non realizza che la causalità è una categoria che può essere applicata solo al mondo fenomenico,non al noumeno.Essa inoltre ricade nella prova ontologica tramite una serie di forzature che la portano ad identificare il motore immoto col perfettissimo.

La prova fisico-teologica è altrettanto contraddittoria: in primis essa esclude che la bellezza della natura possa derivare da leggi immanenti della natura stessa ed inoltre questa pretendi applicare attributi riferiti al mondo finito all’infinito,non comprendendo che la gradazione di ordine,chè è uno schema dell’intelletto puro,è una nostra determinazione che potrebbe non corrispondere alla verità. Inoltre,dire che la bellezza del mondo non dipende da esso significa concepire Dio non solo come supremo Architetto ma anche come Causa Prima e creatore,ricadendo nella prova cosmologica ed ontologica.

Anche se le idee della metafisica sono semplicemente dettate dal desiderio di conoscenza dell’uomo,queste hanno funzione regolativa:indirizzano cioè la ricerca intellettuale ad estendere indefinitamente il suo campo d’indagine,riconoscendo sempre maggiore unità tra i fenomeni proprio come se si trattasse di una vera unità. Kant introduce poi un nuovo termine medio che è il sentimento.Per sentimento egli intende quella peculiare facoltà mediante cui l’uomo  sperimenta la finalità del reale.Ma il sentimento è un’esigenza connessa con il desiderio dell’uomo di conoscere e di interpretare la realtà,e quindi non ha valore teoretico. I giudizi sentimentali sono giudizi riflettenti,derivanti cioè dai determinanti ,quelli sintetici a priori.Si dicono riflettenti proprio perché si tratta di giudizi determinanti filtrati attraverso l’esigenza universale di armonia e finalità delle cose.Alla necessità di vedere una finalità ed un’armonia nelle cose fanno capo i giudizi estetici,alla necessità di scorgere una finalità nella natura quello teleologico,e questi giudizi sono cmq puri,ossia a priori come quelli da cui derivano.Per quanto concerne il giudizio estetico,Kant ci da 4 definizioni di esso,a seconda delle categorie:quindi in generale il bello è il bello oggettivo,quello condiviso da tutti,universale e non esprimibile concettualmente,staccato da ogni interesse contingente,e perciò non può essere studiata ma si apprende solo grazie all’esperienza ed alle proprie inclinazioni.Dicendo ciò Kant si pone in aperto contrasto con Hume:secondo questo infatti la percezione della bellezza è qualcosa di incostante che varia da individuo ad individuo ed anche nello stesso individuo col passare del tempo,pure se poi ammette l’esistenza di una sorta di buon senso estetico,derivante dal senso comune. Kant avrebbe detto che Hume parlava solo del piacevole.Il piacevole è invece qualcosa di distinto dal bello,giacché questo risulta essere scaturente dalle attrattive delle cose sui sensi,per cui questo non ha valore universale,è solo un giudizio estetico empirico,contrapposto al giudizio estetico puro che deriva dal piacere estetico.Come nel piacevole siamo attratti dalla parte esteriore della cosa,così nel piacere estetico siamo attratti dalla forma delle cose.La verità è che la bellezza si trova dentro di noi e non nelle cose,quindi il piacere estetico sorge nel momento in cui  l’immagine della cosa appare corrispondente alle esigenze di armonia del soggetto,ossia quando forma pura e forma empirica coincidono. è questa la ragion per cui non vi può essere relatività nel giudizio estetico e questo si configura come universale,proprio perché le forme a priori e l’intelletto umano sono unici in tutti gli uomini.Ancora una volta Kant afferma la libertà del soggetto nei confronti dell’oggetto: se la bellezza fosse proprietà ontologica degli oggetti,sarebbe questa ad imporsi all’intelletto e non il contrario,per cui l’estetica sarebbe eteronoma, mentre invece questa si configura come autonoma.Un tipo particolare di valore estetico,che è il sublime.Questo nasce nell’uomo di fronte a qualcosa di smisurato ed infinito.Egli distingue il sublime matematico,inerente alla grandezza,dal sublime dinamico,che sorge dinanzi alle potenze della natura.Come il bello,pure il sublime è un qlc che non sta nelle cose ma nel soggetto.Dinanzi a quelle immensità,l’uomo non può che sentirsi minuscolo ma allo stesso tempo ci fa riconoscere come portatori dell’idea di infinito che ci fa sentire tutta la nostra superiorità spirituale,quindi la sensazione del sublime da depressiva diviene esaltativa. A differenza del bello,questo nasce non dalla consonanza tra immagine ed intelletto,ma da un contrasto tra la nostra necessità di armonia e ciò che ci troviamo di fronte.Come quello estetico pure il giudizio teleologico è un giudizio non scientifico scaturente dal fatto che l’uomo non può accettare il meccanicismo,legge base della natura,quindi tenta sempre di guardare al  di là della realtà empirica. Kant esclude la finalità a livello fenomenico,ma lascia uno spiraglio aperto per quanto concerne il concetto di finalismo nell’universo noumenico.

 

 

Ulisse : la sfida umana al noumeno

La storia ci insegna che Kant non si sbagliava:l’uomo ha sempre provato a conoscere quel noumeno,a sfidare l’ignoto,spinto dalla fiamma perenne della sua cupiditas sciendi e la letteratura,da sempre espressione autentica dell’uomo,ce ne ha fornito le prove.Il personaggio della letteratura universale a cui l’uomo ha affidato questo suo anelito alla conoscenza è stato Ulisse o Odìsseo ,che dir si voglia.Sin dalle origini della letteratura,questo personaggio ha assunto,pur se con sfumature diverse in relazione ai tempi,il ruolo di portavoce di questa istanza fondamentale ma,in realtà,la figura di Ulisse quale emblema di quella passione travolgente per la conoscenza  che porta l’uomo a sacrificare anche ciò che ha di più caro,quindi la trasformazione di quella virtù in vizio si deve a Dante.Omero nell’Odissea ce lo presenta come uomo poliedrico,che “…pollwn d anqrpwn iden astea kai noon eggw...” (Odissea I,3) dal multiforme ingegno quindi,che anche aiutato dall’esperienza,strumentalizza le proprie doti intellettive per piegare un fato avverso,per cui egli incarna quella virtus pragmatica,fatta di labor,honor e vigilia tanto decantata dagli antichi.Ed Odisseo contrapposto al focoso Achille è pure l’emblema della decadenza di tutti quei valori che stavano alla base del mondo omerico dell’Iliade:egli è quindi l’antieroe,non biondo,non coraggioso ma,allo stesso tempo,pure colui che meglio descrive l’uomo occidentale in quanto tale ed a tal proposito è significativo il fatto che,mentre l’Iliade cominciava col termine “Mhnin”, l’incipit dell’Odissea è proprio “andra”,l’uomo.Uomo con tutte le sue gioie ma pure tutte le sue sofferenze ed angosce:celebri sono i sospiri di Ulisse preso dalla nostalgia per la sua casa e per i suoi amati congiunti,che brama ogni giorno di riabbracciare ma è pur consapevole che forse non potrà più rivederli ed anzi,egli arriva addirittura a rifiutare l’immortalità offertagli da Calipso pur di restare uomo e vivere appieno la sua esistenza.Omero fa sì che il suo eroe possa baciare la sua petrosa Itaca alla fine del racconto,e morire dopo una “splendente vecchiezza” come profetizzatogli da Tiresia,ma in Dante invece la prospettiva muta: egli,influenzato pure dalla lettura di Orazio,e da alcuni topoi letterari che circolavano nella cultura medievale e che identificavano la sete di conquiste di Alessandro Magno con la sete di conoscenza,giunge a trascurare l’aspetto più umano dell’eroe,che nel XXVI canto dell’Inferno assurge a mero simbolo di quella cupidità di sapere che è insita in ogni uomo e che ci porta a sfidare tutto e tutti pur di placare la nostra sete.La differenza maggiore è che in Omero il desiderio di Ulisse non è qualcosa di speculativo:egli ama si conoscere ma in un certo qual senso è costretto a farlo viste le sue peregrinazioni ed i tanti pericoli,in Dante invece nulla lo obbliga a spingersi oltre le colonne d’Eracle.Egli inoltre ci confessa che:

 

   “…né dolcezza di figlio,né la pietà

 del vecchio padre,né ‘l debito amore

 lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer poter dentro a me l’ardore               

ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto

 e de li vizi umani e del valore…”

 

Mentre l’Ulisse omerico non vedeva l’ora di ritornare a casa,qui noi lo vediamo tutti intento a convincere i compagni ad avventurasi nella loro ultima impresa,perché giunti a quel punto,è un dovere che hanno verso loro stessi,e lo fa con uno stupendo esempio di retorica,in cui si note molto l’anima corale a cui si è giunti dopo tante avventure vissute assieme,a quella compassione che fa della ciurma la vera famiglia di Ulisse,concludendo il discorso con un’affermazione emblematica:

 

“ O frati”,dissi,”che per cento milia

perigli siete giunti all’Occidente,

a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi che è del rimanente

non vogliate negar l’esperienza,

di reto al sol,del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza.”

 

La necessità di andare oltre è quindi propria dell’uomo,è un fattore intrinseco alla sua natura,e non deve essere interpretata in senso romantico,vedendo in Ulisse un nuovo Prometeo,un eroe titanico che sente l’anelito dell’infinito:in Ulisse non vi è violazione consapevole del divieto e quindi ribellione aperta.Infatti la sua avventura finirà in tragedia,ma egli non capirà il perché se non una volta giunto all’Inferno,ed infatti definisce Dio “altrui” e,poiché non crede di essersi macchiato di ubris, non comprende il senso di quella assurda nemesis:nella sua ottica schiettamente pagana,Dio viene assimilato al Fato.In realtà le colonne d’Ercole nell’antichità classica non avevano quella connotazione inibitiva che assunsero nel Medioevo cristiano,non erano suggellate dal veto divino.Erano solo un ammonimento rivolto da un uomo agli altri uomini,volta ad indicare che,siccome non c’erano terre abitate,non aveva senso avventurasi in quel mondo. E anche quando giunge dinanzi alla montagna,cerca di compararla a ciò che ha già visto,non assegnandole alcun connotato divino.Dante non ci da una connotazione negativa di Ulisse,simile a quella degli altri dannati:come Francesca,egli non è una semplice incarnazione del suo peccato,ma è un carattere “figurale”,ossia una sorta di archetipo umano,e poi  Dante rispetta il suo anelito alla conoscenza:è infatti Dio a porre quel desio nel cuore dell’uomo,ma siccome Dio è l’unione della molteplicità,tutto a lui riede,per cui solo in Lui l’uomo trova ristoro al suo desiderio .Ma per lui c’è ammirazione  perché  incarna quella sapientia mundi tanto cara agli antichi,per cui egli incarna il coronamento dell’ideale della sua epoca ma, allo stesso tempo, è per questo esponente di una cultura e di una visione del tutto laica ,una visione che trascende il problema del divino anteponendogli la dimensione umana:è proprio questo l’esser esperti del mondo, dei vizi e delle virtù,perciò egli lo assolve e si adopera per non privarlo della sua patina di classicità.Ma il poeta esprime pure la consapevolezza che nulla può mai dirsi completo senza la luce di Dio,ed infatti egli nell’exordium al Canto I del Paradiso,pur consapevole del suo valore poetico, invoca l’ispirazione divina per non cadere nella hybris alla maniera di Marsia o dello stesso Ulisse. “Si può quindi affermare che nell’impresa di Ulisse vi sia il segno della grandezza e dell’insufficienza dell’umanità pagana,priva della rivelazione.Egli ci appare come il prototipo di questa umanità che fidando nelle sue proprie forze è giunta tant’oltre da intravedere il monte del Paradiso terreste,quasi simbolo del limite estremo a cui può giungere l’umanità per sua intrinseca natura” afferma a ragione il Fubini. E Ulisse fu punito con l’Inferno proprio perché vide il Paradiso terrestre:in questo egli fu molto più ardimentoso degli antichi filosofi. Aristotele si avvicinò parecchio alla dottrina cristiana,e pure Platone,ma essi riuscirono soltanto a scorgere singoli aspetti della realtà divina,per cui non si macchiarono delle sue colpe:per loro il Limbo fu sufficiente. Dante ed Ulisse sono caratteri complementari soltanto che Dante è un viator,come ogni uomo sulla terra ed Ulisse è un esploratore,che quindi ha solo le sue forze a disposizione. Quello di Dante è un itinerario catartico illuminato dalla grazia,il secondo ha le caratteristiche di un volo subitaneo,inadeguato perché non comandato da Dio.Da un punto di vista semiotico e figurale il viaggio è diverso anche per altri motivi:Dante si trova all’interno di un globo cosmico attraversato completamente da un’asse verticale,Ulisse invece viaggia come su una carta.La fine di Ulisse si contrappone sinteticamente all’ascesa di D,ed i due personaggi sembrano speculari,in quanto Dante ricorda spesso Ulisse per cui è come se si trattasse di una sorta di staffetta che D. porta avanti.Inoltre vi è un altro viaggio che,come quello di Ulisse si compie sull’asse orizzontale,ed è proprio quello di Dante esule,mentre Ulisse è costretto a muoversi su quell’asse proprio perché non è sospinto dalla fede,e infatti quando la sua nave volgerà la prua verso l’alto inabissandosi,prenderà quindi una direzione sull’asse verticale,egli non capirà perché. Infatti,come tutti i dannati,anche Ulisse è ancorato alla memoria del suo passato ed egli ancora non rammenta con dolore il suo viaggio .Lo definisce ormai “folle volo”,ma forse,vista la razionalità del personaggio,più che folle per la mancanza di Dio,come lo intendono la maggior parte dei critici visto che in D. folle è un termine indicante la violazione del volere divino,va inteso come “temerario” o “mal programmato”.Ma,come si è visto,Dante sembra ammirare molto Ulisse e questo perché si riconosce in lui,in quanto anc’egli non ha esitato a violare gli affetti più cari pur di non ricadere nel vivere otiose,ma è comunque attento a distinguere la sua virtù cristiana dalla “scellerata” virtus pagana di Ulisse,che lo conduce alla semplice canoscenza e non alla cognitio. Ma se Ulisse è innocente in quanto ignaro dell’esistenza e del volere di Dio,perché allora si trova all’inferno?Apparentemente perché egli ha frodato i suoi compagni,ma la verità è che Ulisse è per Dante un carattere inquietante.Infatti egli rappresenta quella carica di spregiudicatezza e di laicità che rappresenteranno una caratteristica dell’uomo Rinascimentale e che D avverte già,poiché la sua epoca fu quella che vide il progressivo incrinarsi dell’equilibrio medioevale,a cui è dedicata la genesi più profonda della sua opera,che sta proprio nel cercare di imporre una forma al caos che si stava producendo.Per cui la collocazione di un personaggio come Ulisse,con tutti i caratteri della nuova civiltà,non può che essere collocato all’ Inferno,come per una sorta di rito esorcistico,e come lui gran parte dei personaggi più autorevoli del mondo classico. D. non ammette la separazione tra coscienza e moralità,tra etica e politica.Inoltre Maria Corti ha notato che Ulisse potrebbe essere l’emblema del rifiuto di Dante dell’averroismo,di cui egli fu inizialmente simpatizzante.Come Francesca da Rimini è l’ombra della tentazione passata,così Ulisse potrebbe essere quella del futuro:egli infatti nel Convivio sostiene che “ La scienza è la perfezione ultima della nostra anima nel quale sta la nostra ultima felicitade…”.

L’esempio di Dante sarà seguito da Lord Alfred Tennyson nel XIX secolo,che descrive un Ulisse che riprende il mare disgustato dalla vita mediocre e priva di attrattive che la sua isola e il suo ruolo di sovrano gli offrono, convince un gruppo di vecchi compagni a seguirlo per oltrepassare con lui le Colonne d'Ercole, in cerca di nuove esperienze e di conoscenza: più viaggia, più vorrebbe viaggiare per sempre, perché smettere la sua ricerca della conoscenza significherebbe smettere di essere un essere umano, cosa che è per lui peggiore della morte,ed affida il regno al figlio Telemaco,che rappresenta la società.Ma il miglior esempio di come Ulisse,pur prestandosi a tante letture,resti sempre il simbolo dell’anelito alla conoscenza ci è dato da Giovanni Pascoli.Egli riesce a trasferire in quest’eroe tutte le angosce esistenziali della sua epoca,un’epoca in cui neppure la scienza può più dir nulla,l’epoca del crepuscolo degli dei,in una parola del Decadentismo.Se negli altri casi Ulisse era l’emblema del raggiungimento di una conoscenza certa,in questo caso egli diviene il simbolo della relatività conoscitiva.Egli dopo tante avventure è infatti tormentato da un dubbio:gli episodi che egli ricorda appartengono alla realtà o all’immaginazione?Così naviga a ritroso,giusto per scoprire che nulla di ciò che egli ricordava è vero:ad esempio,Circe non esiste ed il suo canto è solo lo scrosciare delle onde.Il mito quindi si dissolve,l’avventura di Ulisse si rivela sogno,non realtà.Ogni certezza sembra dunque crollare,ma Ulisse continua ancora a cercare tenacemente il senso della vita e si rivolge alle sirene,che gli avevano chiesto di fermarsi ad ascoltare il loro canto (Odissea XI,186-191).Egli è però sospinto verso queste creature dalla corrente del mare,pure a significare che l’uomo non è più artefice del suo destino,ma spinto da forze oscure che non può dominare:in questa prospettiva l’eroe diventa più simile al Giasone del Rodio.Il desiderio di conoscenza si orienta quindi verso l’interiorità dell’uomo,per capire il senso dell’esistenza ed il labile confine tra realtà e sogno. In questa prospettiva il limite non sono più le colonne d’Ercole ma la finitudine stessa dell’esistenza umana.Alla domanda :

 

”Solo mi resta un attimo. Vi prego! Ditemi almeno chi ero! chi sono!

 

 Non vi sarà risposta e la nave sarà trascinata dalla corrente sugli scogli,causando la morte di Ulisse. E’ proprio questa la risposta:la morte è il senso vero dell’esistenza perché è l’unica certezza vera che abbiamo.Il senso dell’eroismo dell’Ulisse pascoliano sta proprio nell’affrontare il crollo delle illusioni,nell’accettare la realtà della morte:in questo è possibile rintracciare una caratteristica dell’autore stesso.Egli infatti non fugge dinanzi ai fantasmi del suo passato ed alle angosce del presente ma in alcuni casi,come nel X Agosto,li affronta apertamente.

Nello stesso periodo anche Gabriele D’Annunzio tratta il tema di Ulisse in Maya,ma in chiave del tutto diversa. L’eroe della conoscenza assume i caratteri del Superuomo e diventa un eroe instancabile,animato dalla Volontà di Potenza,capace di dominare le forze avverse della natura per vincere la sua eterna lotta contro il mare,al contrario di quello pascoliano. Egli ce lo descrive con il viso fisso all’orizzonte,con lo sguardo fiero e statuario,che non presta neppure ascolto alle richieste dell poeta che,con i suoi compagni,vorrebbe unirsi al suo viaggio;ma basta un solo sguardo di Ulisse per fargli capire quale sia la sua missione.Questo Ulisse è certo poco credibile:in esso si perde tutta la problematicità insita nel personaggio a favore dell’ideale di una grandezza sovrumana ,di una mitica incarnazione semidivina a cui l’uomo comune deve sottostare. E’ chiaro quindi l’intento politico di questo carattere:egli rappresenta la perfezione a cui il poeta anela ma che non ha ancora raggiunto,e che mai raggiungerà,giacché il superuomo è caratterizzato da una malattia che in fondo lo rode dall’interno: una velata inettitudine.

Pure Umberto Saba tratterà il tema di Ulisse nelle sue “Mediterranee”,una sezione del suo Canzoniere,certo in modo più rispondente alla sua accezione tradizionale.Nella lirica “Ulisse” l’eroe diviene il simbolo di quella smania di esperienze che,nonostante l’età non più giovane,caratterizza il poeta,che non riesce a restare fermo nel suo “porto illuminato”,ad accettare quindi una serena vecchiaia,ma che sente sempre la necessitàdi navigare ancora a largo,di superare il conformismo,in nome di quel “…della vita doloroso amore”,dove l’ossimoro esprime tutto il senso della visione sabiana,una visione della vita sintonomo di un’umanità cordiale,ma essa stessa non immune dall’angoscia e dal senso di precarietà della vita che caratterizzava tanta mentalità novecentesca. Ma,piuttosto che soffermasi su quegli aspetti ,il nostro cerca di superali,di superare il dolore della sua soggettività,per divenire un uomo tra gli altri e per apprezzare le cose nella loro irripetibile singolarità:egli,pure influenzato dalla lettura di Nietzsche è probabilmente convinto che pur essendo il dolore la dimensione più reale,come scrive nella Capra,è consapevole che solo accettando tutti gli aspetti della vita ,il negativo potrà essere redento.è per questo che in Ulisse afferma di non temere le insidie del mare,che sono appunto i vari pericoli dell’esistenza.Egli afferma che oramai vive in “quella terra di nessuno”,con chiaro riferimento all’Ulisse Dantesco che l’aveva cercata fino in fondo quella terra.

Primo Levi nel  suo Canto di Ulisse in Se Questo è un uomo riecheggia parecchio l’interpretazione di padre Dante,prendendo Ulisse ad esempio di humanitas e a rappresentazione del loro desiderio di conoscere la vita che si svolge al di fuori del lager,di cui tante barbarie sembrano aver cancellato in parte il ricordo e del desiderio di vivere in modo davvero degno di un essere umano, viene inserito nel contesto degradante del Lager, in cui l’uomo è costretto a vivere davvero come un bruto, per citare l’espressione dantesca, cioè ad obbedire per istinto di sopravvivenza ai soli bisogni primordiali. Allorché un suo compagno,Jean,esprime il desiderio di imparare l’italiano,Primo acconsente ad insegnargli la lingua ma, invece di iniziare dalle parole o dalle frasi più semplici, decide di lanciarsi nella traduzione di un brano di Dante: il canto di Ulisse, appunto. L’aggrapparsi al ricordo letterario esprime il disperato tentativo di salvare qualcosa di umano; la chiave del passo sta nella citazione dei famosi versi «fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza», che risuonano nel narratore come un’illuminazione, come se fosse la prima volta che li ascolta: è un messaggio che riguarda tutto il genere umano e tanto più la gente del Lager, che a volte rischia di scordarsi di appartenere ad esso; ma soprattutto riguarda Jean e Primo, che osano «ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle».
Nonostante i vuoti nella memoria e la scarsa padronanza del francese, la strana lezione prosegue, suscitando l’affollarsi di ricordi e riflessioni: la parte spirituale dell’individuo, che l’aberrante organizzazione del campo di sterminio mira ad annientare, riemerge prepotentemente, come estremo tentativo di resistenza all’annientamento e di recupero della propria umanità.
Il ritorno dei due prigionieri tra la folla di larve umane, che avidamente attendono la razione di zuppa, segna la reimmersione nel quotidiano inferno di Auschwitz, suggellato dall’ultimo verso dell’episodio dantesco: «infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso».

Pure James Joyce tratta il tema di Ulisse quale esploratore del proibito: ma stavolta il viaggio non è proiettato verso l’esterno,giacché si svolge nella dimensione interiore dell’uomo,ed i confini non sono più le colonne d’Eracle ma i limiti tra conscio ed inconscio,tra coscienza ed incoscienza. L’opera si svolge nell’arco di un giorno,in ventiquattro ore, e narra le storie parallele di Molly,Leopold Bloom e Stephen Dedalous,questi ultimi in balia del complesso edipico figlio-padre.Il riferimento all’Odissea è palese pure nella suddivisione del racconto in 24 unità narrative,ma quest’opera narra l’odissea giornaliera dell’uomo moderno,che sente il dubbio insinuarsi sin nei meandri del suo animo.Rilevante è pure la tecnica dello steam of conscousness,volto a riprodurre su carta il pensiero nel suo crearsi.

 

L’età Greco-Romana e la curiositas

Non sempre gli scrittori si sono serviti della figura di Ulisse per oggettivare il loro desiderio di conoscere.Alcuni hanno preferito proiettarlo all’interno delle proprie opere grazie a personaggi di grande sapore autobiografico,mentre altri ne hanno dato esempio con tutta la loro opera e la loro vita.A questo proposito i personaggi più interessanti sembrano essere Apuleio e Plutarco.Vi è qualcosa che li accomuna:entrambi vissero nel II secolo Dc, nell’era del crepuscolo degli dei,per usare un’espressione Nietzschiana,ma se Plutarco,più che tendere l’orecchio alle nuove voci che si alzavano in quel silenzio,preferì rimanere ad ascoltarlo,Apuleio seguì la strada inversa. Fu così che egli si convertì ai nuovi culti misterici orientali che circolavano a Roma,in particolare a quelli di  Iside ed Osidide,che prometteva la vita dopo la morte e che quindi si prospettava molto simile al Cristianesimo,che era al tempo ancora una setta come le altre anche se molto ben nutrita.Per la sua adesione a queste strane sette ed il suo immenso amore per la sapienza Apuleio fu processato:lo si accusava di magia nera,di aver stregato la moglie Pudentilla per impadronirsi della sua dote ed egli rischiava la pena capitale.Si difese nell’Apologia,che rappresenta uno straordinario esempio della sua cultura e della sua ars rethorica ,ed in cui egli affermò una sacrosanta verità: “Noi uomini di cultura abbiamo un nemico irriducibile:l’ignoranza”. In realtà egli fu assolto dal governatore Fabio Massimo ,anche presentando prove schiaccianti contro l’accusa,ma questa fama di mago non lo abbandonò mai. E’ difficile dire quanto l’accusa fosse vera:egli fu un filosofo e si capisce quanto ambiguità questo termine apporti,anche guardando alla sua opera maggiore,il cui tema portante è proprio la magia.Nelle sue Metamorfosi,romanzo in 11 libri,Apuleio ci da il più fresco esempio di curiositas e,visto il carattere autobiografico dell’opera,si può affermare che egli si riferisce alla propria.Ma per lui la curiositas non è semplice desiderio di conoscenza:alla luce della sua adesione a quelle sette assume connotati abbastanza complessi da definire. E’ si smania intellettuale,ma è pure qualcosa che può causare danni all’uomo.Il protagonista di questo romanzo,chiamato anche asinus aureus,è Lucio,che nel prologo dice di essere greco.Egli durante un viaggio di affari,è ospitato in Tessaglia presso la casa di un usuraio la cui moglie è una strega.Una sera,Lucio assiste alla trasformazione di questa donna in uccello e,spinto dalla curiositas,decide di provare anch’esso e lo fa con l’aiuto della servetta Fotis che però sbaglia vasetto,e Lucio si trasforma in asino invece che in volatile.In seguito a ciò egli è costretto a subire varie peregrinazioni e sofferenze prima di poter riacquistare sembianze umane.Una notte viene rapito e portato presso una grotta,dove ascolta una vecchia che racconta ad una ragazza rapita al fidanzato la favola di Amore e Psiche.Dopo varie peripezie,nel libro XI,che rappresenta la chiave di lettura del romanzo,Lucio assiste all’epifania di Iside che gli promette il  ritorno alla forma umana se egli mangierà delle rose  dalle mani di un sacerdote durante la processione in suo onore. Lucio le presta ascolto e così può ritornare uomo e fasi sacerdote della dea ed adepto di Osiride.Molto si è discusso sull’interpretazione del romanzo ed in particolare sulla digressione fiabesca di Amore e Psiche,che sembra contenerne il succo:tanti sono le micro-unità narrative del romanzo,tanto che è difficile vederne un’unita,ma questo racconto ha una valenza particolare,anche perché posto a metà dell’opera,nel Libro V. La sua funzione sembrerebbe quella di  esplicitare in modo quasi didascalico, nella microstruttura della favola, il senso della macrostruttura che la include.Infatti tutto il romanzo di Apuleio costituisce una singolare allegoria, imperniata sulla vicenda dell'Anima che, caduta per un fatale errore, attraverso una serie di durissime prove riconquista alla fine - ma solo per l'intervento della Grazia divina - la piena felicità, e con essa l'immortalità,e forse bisogna vedere proprio in questo l’unità di cui si diceva:benché spesso i vari racconti,improntati pure alla fabula milesia,sembrino stonare con l’intento mistagogico del romanzo,le vicende scabrose vissute da Lucio hanno la funzione di suscitare nel musths disgusto verso il mondo,ed allo stesso tempo rappresentano il percorso che l’iniziato deve compiere per diventare membro effettivo della setta .Si può parlare di una Divina Commedia ante litteram .Il peccato di cui l’anima si macchia è proprio quello di curiositas.Apuleio è forse uno dei primi a stabilire una netta differenziazione tra curiositas  e conoscenza vera,che poi è la stessa che sussiste tra i danteschi cognitio e canoscenza.Come dirà poi Heidegger,la curiositas è soltanto il desiderio di conoscere finalizzato a se stesso,ed appartiene alla vita inautentica,in cui si cerca di colmare il vuoto con una smania di vedere e sapere,è una conoscenza superficiale che ricade solente nell’equivoco,mentre la conoscenza vera è quella che si raggiunge soltanto tramite un percorso interiore,che però nel caso del nostro non è un iter mistico.Per cui,in definitiva,è possibile affermare che  nel suo romanzo,Apuleio concepisce due modalità di conoscenza,proprio come l’Euripide delle Baccanti:

1)    la curiositas (che in Euripide è designata con il termine sophòn), che si illude di poter arrivare alla decifrazione dell'Essere attraverso l'osservazione delle forme dell'Apparenza (l'"abbandono al mondo"), dei fenomeni (etimologicamente "ciò che appare") e dei segni in essa impressi: è questa l'illusione della scienza, della gnosi, la stessa di Apuleio mago-alchimista-scienziato, la stessa, a ben guardare, del primo Socrate ancora physikòs, studioso dei fenomeni della natura; essa si rivela, a quanto pare, suprema stoltezza, perché la multiforme varietà delle cose né può essere realmente conosciuta, né può condurre alla conoscenza di ciò che veramente è al di là delle apparenze e dà loro significato;
2) la rivelazione (che in Euripide è designata con il termine sophìa), che avviene - si direbbe - attraverso una stretta collaborazione tra uomo e Dio: l'uomo, una volta caduto, deve passare attraverso l'inferno dell'abiezione morale e della disperazione (si pensi anche all'esperienza dantesca ed a quella autobiografica raccontata da S. Agostino nelle Confessioni), per arrivare a conoscere fino in fondo la nullità delle risorse intellettuali umane: solo a questo punto potrà intervenire la Grazia divina (Eros nella favola, Iside nella storia principale) a portare la salvezza, e con essa le fede.

è anche importante notare come la filosofia platonica influenzi parecchio la concezione apuleiana,se pur parte del sincretismo filosofico di stampo mistagogico di cui egli fu in possesso.Infatti gli stessi nomi dei personaggi ( ErwV = Amore; Yuch = Anima) non possono non evocare alla mente la teoria dell'eros platonico, così come la troviamo espressa nella triade Fedone - Simposio – Fedro. Ma, quale che sia il senso esatto da attribuire alla parabola esistenziale adombrata dal romanzo apuleiano, è da notare un particolare: nella prospettiva della novella di Amore e Psiche, l'Anima è già amata da Dio fin dall'inizio (cioè è già salva), ma non lo sa. Questo elemento riconduce inevitabilmente alla teoria platonica della reminiscenza (si veda soprattutto la teoria dell'anàmnesi esposta nel Menone): in termini platonici, l'anima è già immortale, ma non lo sa, o per meglio dire non se ne ricorda: l'estrema ignoranza e confusione in cui è precipitata, piombando nella materia, la porta a voler sapere ciò che in realtà non conta nulla, a vedere, sperimentare (la trasformazione magica nel caso di Lucio, le sembianze dello sposo divino nel caso di Psiche), immergendosi nelle illusioni della materia ed allontanandosi così sempre più dalla sua originaria condizione immortale. Per poter essere di nuovo salva e garantirsi l'immortalità dovrà arrivare alla conoscenza per una via completamente diversa, che la costringerà a ricordare ciò che era in origine.

In Plutarco non vi è distinzione tra curiositas e conoscenza vera,per la mancanza della prospettiva escatologica.Anzi egli fu addirittura sacerdote di Apollo,per cui fu esponente di quel nomos patrios,una sorta di mos maiorum  grecanico,ma la sua religiosità non assunse mai quei caratteri formali che furono caratteristica di tanta religiosità pagana,anche se fu certamente influenzato dalla dottrina pitagorica,come testimonia il de usu carnium,da quella platonica,poiché credeva nell’immortalità dell’anima e credette nella trasmigrazione delle anime,ed anzi vi sono alcuni che vorrebbero vedere un influsso cristiano sul suo concetto di philantropia. Tutto questo è possibile notarlo nei suoi Moralia che rappresentano la manifestazione più alta della sua curiositas e sterminata erudizione .L’opera infatti può essere considerata una delle più vaste e complesse di tutti i tempi,una sorta di primitiva enciclopedia,che tratta i temi più vari.Il nome Moralia è riferito ai soli scritti di etica,che occupano gran parte dell’opera o che cmq ne formavano il nucleo originario,ma il titolo appare riduttivo vista la vastità di temi ed interessi che l’opera tocca.Per ciò che concerne la divisione interna dell’opera,distinguiamo gli scritti a carattere propriamente etico come il de tranquillitate animi,il De curiositate, la Consolation ad uxorem o il De amore;gli scritti pedagogici, strettamente connessi ai precedenti tipo il de audiendo o il pro nobilitate;gli scritti filosofici,come le Platonicae questiones o il De stoicorum repugnantiis,in cui  il nostro prende posizione contro la scuola Stoica ed Epicurea a sostegno del platonismo.Non mancano neppure gli scritti politici come il De unius re publica dominatione,populari statu et paucorum imperio,in cui si discutono le tre classiche forme di governo,monarchia,democrazia ed oligarchia,come già visto in Polibio,e gli scritti di scienze naturali,tipo il De faciae in orbe lunae,in cui Plutarco parla di un continente oltre l’Oceano che alcuni identificano con la platonica Atlantide,altri addirittura l’America,o il De primo frigido,in cui egli ci da un importante esempio di antidogmatismo lasciando al lettore la libertà di farsi una propria opinione nonostante le tesi da lui esposte.Il suo antidogmatismo non significa però relativismo:l’incertezza può estendersi al mondo della doxa,non al mondo delle verità religiose.Grande interesse hanno quindi pure gli scritti religiosi,che serbano anche carattere antropologico e,come già visto,permettono di capire il senso della religiosità di Plutarco,che si gioca tra varie coordinate:da una parte la religio tradizionale dall’altra la religione di stampo apuleiano.Egli comunque non sentirà mai il problema teologico come il madaurense.Lo scritto De sera numinis vindicta resta fondamentale a tal proposito,ma sono importanti anche gli scritti De Iside et Osiride,a testimoniare la nuova religiosità,e pure il De defectu oraculorum,in cui si cerca di giustificare la decandenza dell’arte mantica,che egli non poteva non condividere,ed in cui si giustifica il male nel mondo imputandolo all’azione di alcuni demoni.Troviamo poi gli scritti eruditi come gli Aetia Romana,o scritti di interesse letterario come un confronto tra Aristofane e Menandro( De comparazione Aristophanis et Menandri epitome) o sulla Malignità di Erodoto (De Herodoti malignitate).Altri scritti poi riguardano la produzione epidittica giovanile del poeta e sono poco più che esercitazioni retoriche (De fortuna,De gloria Athenensium),mentre altri ancora,come il Septem sapientuim convivium e le Questiones conviviales sono da considerarsi di carattere misto.Molto importante è anche la forma che egli usa nei Moralia, ed a tal proposito distinguiamo il dialogo ed il trattato.Il primo perde il carattere filosofico e dialettico che aveva in Platone col meccanismo amebeo di derivazione socratica ed inoltre egli non riesce a caratterizzare artisticamente i suoi personaggi,per cui il dialogo è spesso solo una cornice o interessa soltanto alcune parti delle opere.Il trattato risulta molto più adatto alle esigenze di Plutarco che riesce a conferirgli caratteristiche interessanti:accanto alla tipica forma di dissertazione,troviamo spesso un carattere esortativo verso il lettore,a cui si rivolgono commenti ed ammonimeni.In generale la lingua e la forma sono sempre pacate e scorrevoli.è chiaro che Plutarco impersona al meglio lo spirito antico,ed anzi il suo corpus,forse il più cospicuo dono che l’antichità classica ci ha lasciato,è lo strumento più adatto alla scoperta di un universo sì dalle forti contraddizioni ,ma pur sempre un universo che ha lasciato un’impronta indelebile sul mondo e sulla cultura dell’Occidente e che tutti coloro che vogliano solamente provare a capire chi siamo e dove andiamo dovrebbero anelare a conoscere.

 

Desiderio di conoscenza e tecnologia

Sarebbe alquanto improbabile trovare opere tanto sterminate oggi,in un mondo in cui sembra essersi assopita ogni voglia di scoperta,perché,come tanti sostengono,non c’è più nulla da scoprire.Ma siccome la sete di sapere è radicata nell’uomo,egli oggi utilizza gli strumenti che ha a disposizione per scrutare più a fondo ciò che gli si dava per scontato.Da ciò nascono soprattutto le scoperte scientifiche,che pongono tanti interrogativi  etici. Gli scienziati di oggi sembrano novelli Ulisse,che sfidano l’ignoto e varcano il confine tra il giusto e l’ingiusto,tra il bene ed il male ,in nome dell’ebbrezza della scoperta. L’ultima grande conquista che l’uomo ha compiuto guidato dalla sua smania di conoscere è stata l’esplorazione della Luna.Questa avvenne attraverso varie fasi di preparazione:si cominciò con le sonde Survayor che avevano come fine preminente l’invio di dati alla Terra,il cui successo aprì la strada alle missioni Apollo.Furono inoltre inviati dei Lunar Orbiter per esplorare il suolo lunare per farne una mappa.Queste esplorazioni satellitari ebbero forse scientificamente maggior importanza dello spettacolare sbarco dei 3 americani.Infatti è grazie alle informazioni fornite da queste che lo sbarco fu possibile ed inoltre ci fornirono informazioni precise riguardo a un satellite,che alcuni definiscono pianeta,che nei secoli ha sempre stuzzicato la curiosità degli uomini.Gli antichi,come pure Aristotele la ritenevano un disco di vetro immobile,mentre Galileo fu il primo ad osservarla per bene,anche grazie al cannocchiale.Già egli notò che la superficie  lunare è crivellata di crateri che si sono formati  in seguito all’impatto con delle meteoriti,che in passato erano molto più numerose.Questi crateri possono raggiungere anche 250 km di diametro e spesso si trovano uno all’interno dell’altro e spesso si aggregano a formare archi vulcanici.Durante gli impatti che formano i crateri,si ha una forte compressione del suolo a cui segue una grande decompressione che porta all’espulsione di materiale piroclastico,detto ejecta,che si concentra attorno al cratere dando origine a crateri raggiati e alla breccia lunare,formata da grossi blocchi di rocce e polveri saldate assieme a causa dell’impatto.La stessa regolite lunare,materiale detritico grigio non consolidato che copre la maggior parte del suolo lunare,è formato da rocce ignee,brecce,e polvere lunare nati dal costante bombardamento a cui la Luna è stata sottoposta in milioni di anni.Egli pure notò delle zone scure che definì maria,proprio per la somiglianza ai mari terrestri,ed è su queste zone che si è concentrata l’attenzione degli studiosi.In realtà,grazie a queste esplorazioni si è visto che si tratta di zone depresse abbastanza uniformi,formate da crateri da impatto.Tutta la superficie lunare è fortemente craterizzata, ma queste zone risultano più estese perché si ritiene si siano formati in seguito all’impatto di enormi meteoriti,e che poi in seguito alla parziale fusione del materiale del mantello lunare,vengono inondati di lava basaltica,che si presenta a strati spessi pure 30 metri.Gli ejecta fuoriusciti in seguito a questi enormi impatti possono formare cumuli alti decine o centinaia di metri che danno origine a rilievi qui viene dato il nome di rilievi terrestri:basti pensare alla capena delle Alpes o degli Appennini nel Mare Imbrium. Un particolare importante emerso dall’invio di questi satelliti è che i mari esercitano sulle sonde un’attrazione gravitazionale anomala,per cui si parla di masscon, concentrazione anomala di massa,che potrebbe nascere dal fatto che in questi bacini si trovano ancora grossi frammenti delle meteoriti che li hanno generati o pure a causa delle rocce basaltiche che hanno sostituito gli ejecta, più leggeri. E’ importante notare che come la Terra pure la Luna è dotata di un proprio campo gravitazionale:ciò significa che in virtù della sua massa attira verso il centro di essa i corpi che si trovano sulla sua superficie. E come sul pianeta verde,la forza associata ad ogni punto del campo,il vettore quindi, prende il nome di g,detta pure accelerazione di gravità, ed è uguale al rapporto tra P ed m.Ma essendo la sua massa minore,il valore di g cambia:non più 9,8 N/kg,bensì solo 1,6 N/kg:ecco perché gli astronauti volteggiano nell’atmosfera.Possono farlo poiché pesano di meno,in quanto il peso,che è uguale ad m per g non è altro che la forza con cui la terra attrae il corpo. E importante notare che massa e peso sono due concetti totalmente differenti,poiché la massa non varia mai,è una qualità intrinseca del corpo,più specificamente l’opposizione che questo oppone al movimento.Il resto della superficie lunare è crivellata di crateri che si sono formati  in seguito all’impatto con delle meteoriti,che in passato erano molto più numerose.Questi crateri possono raggiungere anche 250 km di diametro e spesso si trovano uno all’interno dell’altro e spesso si aggregano a formare archi vulcanici.Durante gli impatti che formano i crateri,si ha una forte compressione del suolo a cui segue una grande decompressione che porta all’espulsione di materiale piroclastico,detto ejecta, che si concentra attorno al cratere dando origine a crateri raggiati e alla breccia lunare,formata da grossi blocchi di rocce e polveri saldate assieme a causa dell’impatto.La stessa regolite lunare,materiale detritico grigio non consolidato che copre la maggior parte del suolo lunare,è formato da rocce ignee,brecce,e polvere lunare nati dal costante bombardamento a cui la Luna è stata sottoposta in milioni di anni. E’ importante notare che tettonicamente la Luna è un pianeta morto:non vi è spostamento al suo interno né essa è sottoposta a processi erosivi,in quanto mancano acqua ed atmosfera .I satelliti Lunar Orbit servirono pure a sondare l’entità del campo gravitazionale esterno della Luna,ossia quello che esercita sugli oggetti non posti direttamente sulla sua superficie per stabilire la miglior traiettoria che la navicella avrebbe dovuto seguire. Infatti,come ogni altro corpo dell’universo,la Luna esercita una propria attrazione gravitazionale sugli altri corpi ed è ella stessa attratta dalla Terra,poiché la massa del nostro pianeta è maggiore.Il primo ad accorgersene fu Newton,partendo proprio dall’osservazione della Luna.Egli infatti non si spiegava come questa potesse stare in orbita attorno alla Terra visto che per il primo principio della dinamica un corpo permane nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme finche non soggiunge una forza esterna a modificarne la traiettoria.La leggenda vuole che egli una sera stesse osservando proprio la luna,quando sentì il tonfo di una mela caduta da un albero. Egli allora immaginò che in qualche modo quell’attrazione che la terra esercita sugli oggetti posti su di essa potesse in qualche modo estendere la sua influenza anche fuori di essa,ad esempio fino alla Luna,causando quindi un’interferenza col moto rettilineo che questa tende a mantenere. Se si annullasse la forza di gravità, la Luna seguirebbe una traiettoria tangenziale alla sua orbita perdendosi nello spazio, se invece si annullasse la sua rivoluzione lei cadrebbe lungo la verticale, verso la Terra. Così,dopo successivi esperimenti egli formulò la legge di gravitazione universale,che sostiene che la forza gravitazionale con cui due corpi qualsiasi si attraggono è pari al rapporto tra il prodotto delle masse  per  G,che è appunto la costante gravitazionale,valida per tutti i corpi in tutti i luoghi.

                  N • m2
G = 6,67 • 1011 ———————————
                 Kg2

In formule:

           M • m
F = G ———————
       r2

La legge di Newton è valida per tutti i pianeti e spiega perché l’orbita di questi sia ellittica,come affermava la prima legge di Keplero. Newton comunque non riuscì a spiegare completamente le varie perturbazioni dell’orbita lunare e degli altri pianeti,poiché queste dipendono pure dall’attrazione gravitazionale del Sole.Infatti come quella terreste,anche l’orbita lunare è leggermente inclinata rispetto al piano dell’eclittica,specificamente di 5 gradi e 9 primi, e la linea d’intersezione dei 2 piani è detta linea dei nodi: quando la Luna si trova in corrispondenza di questi punti è possibile avere un’eclissi di Luna,ossia un oscuramento totale di questa che cade nel cono d’ombra proiettato dalla terra,proprio perché il satellite l’astro e la Terra sono in totale congiunzione.Inoltre l’asse di rotazione lunare è leggermente inclinato rispetto all’orbita (6 gradi e 41 primi) per cui questa subisce l’influenza della gravitazione solare che tende a raddrizzarlo.La Luna inoltre compie dei movimenti lungo questa orbita,molto simili a quelli della terra: ha anc’essa una rivoluzione attorno alla terra,che da origine al mese sidereo se misurato in relazione ad una stella fissa o al mese sinodico,che tiene conto dell’allineamento Sole-Terra-Luna, ed in relazione ad esso la Luna può trovarsi in apogeo o in perigeo,e uno di rotazione attorno al suo asse,che durano entrambi  27 giorni e 7 ore ca:ecco perché dalla terra è visibile sempre la stessa  faccia di Luna. Quindi quel 19 luglio del 1969,quando si compì l’esplorazione umana del satellite,gli astronauti atterrarono a bordo del LEM proprio su quell’emisfero,più specificamente nel Mare della Tranquillità,dove Armstrong e Aldrin sbarcarono dopo 5 ore,mentre Collins restava in orbita attorno alla Luna. Armstrong esclamerà:”Questo è un piccolo passo per un uomo,ma un passo gigantesco per l’umanità”.Gli astronauti lasciarono diversi strumenti per la ricerca,ma soprattutto il segno tangibile della conquista dell’uomo,che spinto dal suo desiderio di conoscenza andava oltre le anguste frontiere della terra: le loro impronte e la bandiera USA,che sono ancora lì.

In realtà la corsa alla conquista della Luna fu promossa dal presidente Kennedy,durante la competizione scientifica ed economica tra USA e URSS che negli anni sessanta arrivò a comprendere pure il campo dell’astronautica.Egli prospettò l’oltrepassamento della “nuova frontiera” dopo il west,ossia quella spaziale. Comunque,gli anni sessanta con l’avvento di Kennedy e la morte di Stalin a cui successe Kruscev,sono considerati gli anni del disgelo:infatti le due potenze cercarono di venirsi incontro,anche se la competizione rimase latente.Era solo la fase intermedia della cosiddetta guerra fredda che si concluderà soltanto con la caduta del Comunismo.Si tratta di una guerra non combattuta con le armi,ma con la diplomazia,l’economia e l’ideologia: una guerra di civiltà dunque,che non degenerò mai in un conflitto aperto grazie all’equilibrio del terrore: le potenze si equivalevano,entrambe possedevano la bomba atomica,per cui si cercò sempre di evitare una guerra che avrebbe portato ad uno scontro nucleare. Questo strano conflitto era cominciata nell’immediato dopoguerra,ma non è chiaro quando:secondo alcuni sarebbe cominciata dopo la conferenza di Potsdam,nel ’45,quando vi furono i primi contrasti tra Stalin e Truman,succeduto a Roosvelt; altri pongono il suo inizio nel ’46,col discorso di Churchill in cui egli affermava che “Sul continente è scesa una cortina di ferro da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico “:questa cortina è quella che separa i paesi comunisti dal mondo “libero”;mentre altri ancora pongono l’inizio della contesa nel discorso di Truman del ’47. Il presidente americano era molto preoccupato era molto preoccupato per la grade espansione che il comunismo stava avendo nei paesi dell’Est europeo (molti dei quali prima erano sotto l’influenza tedesca) dove Stalin lo imponeva con la forza,tanto che la Russia creò tanti stati satelliti,che dovevano pagarle pesanti tributi grazie al quali si riuscì a bilanciare l’economia tanto disastrata dalla guerra.Inoltre il leader Russo fu forse la causa maggiore della divisione della Germania in due zone,e della stessa Berlino,col muro della vergogna: La repubblica federale tedesca,sotto l’influenza occidentale e la repubblica democratica tedesca,sotto l’influenza sovietica,poiché per rimuovere l’armata rossa da quei territori sarebbe stata necessaria una nuova guerra. Truman in un famoso discorso sostenne che: “ La nascita dei regimi totalitari è favorita dalla miseria e dalla privazione.Essa si sviluppa al massimo quando è morta la speranza del popolo in una vita migliore”. Questo significava che se gli Stati Uniti volevano fare qualcosa contro l’espansione del comunismo,dovevano aiutare quelle popolazioni. A questo proposito fu ideato il piano Marshall consisteva nella concessione agli stati europei di prestiti a basso interesse o a fondo perduto, nella fornitura di massicci aiuti in beni alimentari e materie prime e soprattutto nel rinnovamento tecnico delle imprese europee attraverso l’introduzione di macchinari, tecnologie e tecniche di produzione più moderne. All’inizio piuttosto vago, in seguito assunse ben presto dimensioni considerevoli. Esso permise agli USA di influenzare la condotta economico-finanziaria dei paesi assistiti e di favorire gli investimenti esteri americani all'estero. Inoltre, creando un forte legame tra USA e Europa occidentale, si poneva come forte baluardo contro le mire espansionistiche sovietiche in Europa ,ma ebbe anche un ottimo esito,poiché aiutò i paesi europei a risollevarsi.Inoltre gettò le basi per la futura CEE,che nascerà nel 1956 preceduta dalla CECA. Fu perché i russi si accorsero delle vere intenzioni dello zio Sam che, quando gli americani offrirono i loro aiuti anche a Cecoslovacchia e Polonia, fu lo stesso Stalin ad intervenire e ad imporre ai governi di Varsavia e di Praga di rifiutare l’offerta americana.La tensione divenne manifesta quando,nel 1949,nacque la NATO (North Atlantic Threaty Organization),cui aderirono 12 paesi tra cui l’Italia. Questa associazione fu sottoposta all’ingerenza nucleare americana ed era un’associazione di carattere difensivo,anche se il suo nascere accentuò ancor di più quella divisione,poiché nel 1955 la Russia e gli stati sovietici, prendendo a pretesto il fatto che la Repubblica Federale Tedesca aveva aderito alla Nato,diedero vita al Patto di Varsavia,alleanza militare alternativa: la cortina di ferro di cui parlava Winston Churchill era davvero calata.Col tempo Usa e Urss si fronteggeranno anche tramite i rispettivi alleati,come nel caso della guerra di Corea del ’50-53 o della guerra del Vietnam,conclusasi con l’insuccesso americano nel 1974 ,che trovò ampie opposizioni anche sul fronte interno. Benché il mondo fosse ormai diviso in due blocchi contrapposti,vi furono paesi che cercarono di tenersi equidistanti da questi,e presero il nome di “non allineati”:tra questi troviamo la Jugoslavia di Tito,che fece di tutto per sottrarre il suo paese dalle grinfie di Stalin,e vari paesi africani ed asiatici,come l’India,che in quel periodo erano impegnati sul fronte interno nel processo di decolonizzazione.Gli effetti della guerra fredda si fanno sentire ancora oggi:non tutti furono certo negativi giacché ,per scongiurare il pericolo di guerra,si assistette alla fondazione di numerosi organismi attivi ancora oggi:oltre alla già citata NATO,troviamo organi come la Società delle Nazioni,da cui nacquero la FAO e l’UNESCO. Nel mondo moderno si sta assistendo al passaggio dall’oligopolio al monopolio: al momento è l’occidente intero ad imporsi nel conflitto di civiltà nato con l’oriente con uno strumento che suscita tanto entusiasmo ma allo stesso tempo tanta paura:la globalizzazione. Se questa può favorire l’incontro e la comprensione tra le varie culture,la multiculturalità e soprattutto l’interculturalità,allora essa si addice alla propensione dell’uomo a conoscere l’altro da se e perciò deve essere accettata come strumento di progressione,ma se questa,come mero processo economico,alimenta quell’istinto dell’uomo all’egoismo,allora deve essere apertamente contestata.

Ci è sembrato opportuno trattare questo tema perché è stata la sete di conoscenza,la voglia di spingersi oltre e di uscire dalla banalità dei luoghi comuni,nonché l’amore per la cultura in sé a guidarci lungo questo lustro di studi,di cui non sta a noi giudicare l’esito,ma solamente avere la consapevolezza di aver fatto quanto era possibile per gratificare se stessi e chi giornalmente ci ha guidati lungo questo “pur breve lungo viaggio” .